Il dovere della paura

Ci sono momenti così, nella storia degli uomini: dove si reagisce con l'emozione oltre che con la razionalità, perché l'emozione sveglia, incita a stare all'erta. Già in Eschilo, la passione e il patire sono fonti d'apprendimento. È il caso del Giappone da quando, venerdì, lo tsunami s'è aggiunto al terremoto e non solo ha spazzato case, vite, villaggi, ma ha causato l'esplosione di quattro reattori nucleari a Fukushima.

All'orrore spuntato dal sottosuolo e dal mare s'aggiunge ora una pioggia radioattiva che spinge chi abita presso le centrali a fuggire o barricarsi in casa. Ci sono momenti in cui si apre una fessura nel mondo, e non solo in quello fisico ma in quello mentale, sicché occorre ricorrere ai più diversi espedienti: all'intelligenza razionale, alla discussione pubblica, ma anche alla paura, questa passione giudicata troppo triste per servire da rimedio.
Non a caso, quando sollecita la responsabilità per il futuro della terra, il filosofo Hans Jonas parla di paura euristica: non la paura che paralizza l'azione o è usata dai dittatori, ma quella che cerca di capire, di scoprire (questo significa euristica). Che è generatrice di curiosità, prevede il male con apprensione, fa domande, sprona a rettificare quanto pensato e fatto sinora. Jonas evoca addirittura il dovere della paura: "Diventa necessario il "fiuto" di un'euristica della paura che non si limiti a scoprire e raffigurare il nuovo oggetto, ma renda noto il particolare interesse etico che
ne risulta" (Il principio di responsabilità, Einaudi '90).

Alla luce del principio di responsabilità appaiono completamente inani i governi - come l'italiano, il francese - che screditano questa paura, e in tal modo negano la gravità del momento e l'urgenza di correggere i piani nucleari. Obama e Angela Merkel dicono ben altro: "Non si può fare come se nulla fosse". Non così il ministro dell'energia Eric Besson, o il ministro per lo sviluppo economico Paolo Romani. Per Besson nulla cambia, neanche le centrali invecchiate come quelle giapponesi: nella conferenza stampa di sabato ha evitato il termine "catastrofe", preferendo il meno allarmante "incidente grave". Stesso atteggiamento in Romani, che ha invitato l'altro ieri a "non farsi prendere dalla paura", senza sapere di che parlava. Non sono i soli: anche i governanti giapponesi hanno a lungo minimizzato, prendendo per buone le assicurazioni dei gestori delle centrali (Tepco, Tokyo Electric Power Corporation). La stessa Tepco che più volte è stata indagata (specie nel 2002-3) per il non rispetto delle norme anti-sismiche.

Apocalisse è vocabolo che s'espande come un virus, dall'inizio del cataclisma. Ma apocalisse è altra cosa, ha legami con la religione: è rivelazione di un piano divino, è l'omega che si ricongiunge all'alfa, è il cerchio terrestre che chiudendosi si schiude all'oltrevita. I colpiti sono innocenti, ma per qualche motivo Dio vuole che la storia terrestre s'esaurisca così, stroncando il libero arbitrio d'ognuno. Per questo conviene dismettere questa parola molto scabrosa, che sigilla gli occhi a quel che accade qui, ora; in terra, in mare. Eventi simili non sono la fine del mondo, pur preludendo forse a essa. Sono piuttosto la fine di un mondo: di certezze, di assiomi cocciutamente coltivati.

In Giappone, per vie misteriose, suscitano ricordi funesti, che hanno radici profondissime nella sua cultura recente. Il collasso delle centrali nucleari rimanda al trauma mai sopito di Hiroshima e Nagasaki, quando Washington diede a Tokyo questa lezione di inaudita violenza. La terra che ti squassa, la solitudine dell'uomo in tanto scompiglio, la natura maligna, la morte nucleare che incombe: nelle teste nipponiche è incubo magari dissimulato ma è sempre lì, in agguato. Lo dicono i volti che ci fissano in queste ore: impietriti, più che impassibili. Lo vediamo nei corpi che d'un tratto s'immobilizzano, come morissero in piedi.
Non è vero che i giapponesi hanno paure più calme, controllate delle nostre. Il loro urlo non è quello di Munch ma è pur sempre urlo. Sappiamo dalla Bibbia quanto possa esser afono l'agnello, e il grido del Giappone è colmo di interrogativi atterriti: perché le autorità hanno permesso che centrali vecchie quarant'anni sopravvivessero? Perché non hanno previsto che anche dal mare poteva venire il mostro? Perché sono così evasive? Perché proprio Tokyo, che ha già vissuto la sventura e se la porta dentro come assillo, s'è fidata della tecnologia, non è corsa in tempo ai ripari?

Ci sono grandi disastri che hanno quest'effetto: di sconvolgere non solo le vite ma vasti castelli di teorie filosofiche ritenute sicure. L'Europa ha conosciuto ore analoghe: accadde nel terremoto di Lisbona, l'1 novembre 1755, e tutte le teorie si scardinarono. Anche quella fu fenditura d'un mondo: fondato sull'euforia tecnologica, sull'ottimismo, religioso o no. La modernità iniziava, e già inciampava. Ventidue anni prima, Alexander Pope aveva scritto un poema intitolato Saggio sull'Uomo. Il verso ricorrente era: "What ever is, is right": tutto quel che esiste è bene. Ma ecco che si apre la crepa di Lisbona, sulla liscia pelle del pensare positivo. Voltaire, Kleist, Kant sono turbati e scoprono che non è più possibile consolarsi con Pope e le teodicee di Leibniz. Non è più possibile dire a se stessi, come Pangloss nel Candide di Voltaire: avanziamo "nel migliore dei mondi possibili".
Cadde anche l'illusione, cara alle chiese, sul dolore salvifico: non esiste una felix culpa, ma un male che ti prende di sorpresa, ingiusto. In presenza del disastro o del crimine sono più opportuni la sapienza di Kleist, le ricerche di Kant sulle origini dei terremoti (Kant è il primo a scoprire la "rabbia del mare"), lo sguardo di Voltaire: "Elementi, animali, umani, tutto è in guerra. Occorre confessarlo: il male è sulla terra". Ansioso di conforto, Rousseau scrisse incongruenze, in una lettera a Voltaire del 1756: "Non sempre una morte prematura è un male reale (...). Di tanti uomini schiacciati sotto le rovine di Lisbona, parecchi senza dubbio hanno evitato disgrazie più grandi, e (...) non è detto che uno solo di quegli sventurati abbia sofferto più che se, seguendo il corso naturale delle cose, avesse dovuto attendere in lunghe angosce la morte che lo ha colto invece di sorpresa". Ma anch'egli pone domande che solo l'emozione accende: non è stata edificata male Lisbona, con le sue case alte 6-7 piani? Non è l'uomo il colpevole, più della natura? Candide soffre il terremoto e conclude: "Bisogna coltivare (meglio) il proprio giardino", dunque la terra, perché questo tocca all'uomo. All'uomo descritto da Kant dopo il 1755: "legno storto", "mai più grande dell'uomo".

Il Giappone non ha alle spalle i settecenteschi ottimismi europei. Dopo Hiroshima si è risollevato con non poche rimozioni, ma con traumi indelebili. Cinema e letteratura narrano questi traumi, e una paura niente affatto calma. Su queste ramificazioni del pessimismo s'è rovesciato lo tsunami, e Jonas aiuta più di Voltaire. I giapponesi sapevano già che "il male è sulla terra", e quel che può soccorrerli è la paura che scoperchia, che scopre. La stessa paura che affiora da decenni, sotto forma di fantasmi, nel suo cinema, nella sua letteratura. In questi giorni guardi la tv, e sembra di vedere la città su cui s'abbatte l'indicibile cataclisma raccontato nel film Kairo, di Kiyoshi Kurosawa: strade e autobus vuoti, fughe verso il nulla, e in cielo, a distanza ravvicinata, un immenso aereo-avvoltoio (nell'Apocalisse griderebbe: "guai! guai!") che vola verso lo schianto.
Rivedere Kairo fa capire lo squasso mentale nipponico e anche il nostro. Il Giappone ha dietro di sé un'epoca che è stata chiamata Decennio perduto, fra il 1991 e il 2000, e s'è poi prolungata in Decenni perduti. Il film di Kurosawa risale a quegli anni (2001) e non è cinema dell'orrore ma - all'ombra dello tsunami - visione iperrealistica. Kairo vuol dire circuito: ma è un cerchio senza alfa e omega. Il fenomeno narrato da Kurosawa è quello di intere generazioni che si barricano in casa fino a divenire ombre davanti ai computer (le statistiche parlano di almeno un milione di drop-out). Il fenomeno si chiama Hikikomori: è un ritrarsi, confinarsi nella solitudine. Nasce da insicurezze esasperate dalla crisi, dal futuro amputato. Sulle pareti delle case, nel film, si stagliano informi ombre color carbone. Gridano "Aiutami!", nel momento in cui i giovani morenti lasciano in eredità quest'effigie di sé.

È la silhouette annerita dell'uomo accanto alla scala che apparve impressa su un muro di Hiroshima nel '45. L'incubo si stende sull'uomo, spaventandolo incessantemente. Viene da lontano, va lontano. Solo spaventandoci unisce il passato al presente; e ci tiene svegli, forse.

Barbara Spinelli - la Repubblica - 16 marzo 2011

Quelle contestazione della Lega Nord sulla festività del 17 marzo...

L'unita' nazionale non si festeggera' il 17 marzo: sono in gioco, in un giorno solo, la produttivita' della nazione (nazione?) e il livello culturale degli studenti, che non possono perdere un giorno di scuola.
Cosi' si esprime il nostro beneamato governo, dopo tanti tira e molla, ma cosi' tanti da esser pienamente e davvero ridicolo, perche' almeno poteva discuterne in privato, prima di fare annunci e smentite come un bambino indeciso tra due gusti di gelato.
Pensiamoci: la produttivita' e' abbastanza al minimo storico e - supponiamo noi poveri tapini, che non siamo imprenditori, ma mandiamo avanti il bilancio familiare con una certa perizia- che di peggio in un giorno non si possa fare.
La preparazione degli allievi, poi, e' inficiata molto di piu' dalle tante ore di lezione che perdono perche' non ci sono soldi per pagare i supplenti, che non da un giorno di festa.
Nessuno ve lo dice apertamente, ma se un docente non manca per almeno 15 giorni, in moltissime scuole non si chiama il supplente, perche' non ci sono fondi sufficienti per pagarlo, e vostro figlio si becchera' tante ore di sostituzione -cioe' di nulla- quanto basta per aumentare di brutto la sua asineria.
No, diciamo le cose come stanno!
L'unita' nazionale non si festeggera', il 17 marzo, perche' la Lega Nord pesta i piedi, e Berluscono -che dei voti della Lega ha bisogno, se no il suo governicchio va a Patrasso- deve darle il contentino.
Ecco quello che tutti sappiamo, anche se nessuno ce lo dira' mai in faccia!
Sfoderiamo le bandiere per la Nazionale di Calcio, su!
Undici tizi in mutande che rincorrono una palla sono un motivo degno, ma vergognamoci invece di essere italiani nel resto dell'anno.
Una tragedia, un lutto: cosi' si sono espressi, da veri oratori da retrobottega, senza neanche la decenza di riflettere, i nostri cari Calderoli, Maroni e Bossi.
Non ci stupiamo, sono leghisti, secessionisti ad oltranza.
Che gliene frega a loro se tanti sono morti per l'Unita' d'Italia nelle Guerre di Indipendenza e nella Prima Guerra Mondiale?
La loro e' una posizione un po' fuori ordinanza, diciamo cosi', ma lecita, in privato.
In pubblico un po' meno; al governo, poi, fa decisamente ribrezzo.
Chiediamoci, tutti noi, ed anche voi leghisti, se leggete, che cosa ci fa al governo di uno stato un gruppo che nello stato in questione non crede.
A qualcuno pare un tantino ipocrita agire cosi'; ad altri pare anche vergognoso, perche' ogni stato europeo -pure coi problemi di crisi economica, lavoro ed immigrazione- ha la fierezza d'esser uno stato: tutti tranne l'Italia, che ha al governo gente che le sputa addosso, e che cosi' facendo la ridicolizza una volta di piu' davanti al mondo.
Chiediamoci perche' non mollano tutto, se non ci credono, ma anzi sono cosi' attaccati al loro seggiolone ed allo stipendiuccio da parlamentari.
Anzi, chiediamolo a loro.
Dite che avranno la faccia di rispondere che lo fanno per il bene del paese?

Silvia Leoncini - www.ilcorriereblog.it - 17 febbraio 2011

Chi c'è dietro Wikileaks

Un gruppo di giovani hacker, idealisti e libertari. Che conducono vite randagie. Cambiando continuamente città, braccati dai servizi di mezzo mondo, parlando tra loro con sistemi cifrati. E che ora rischiano davvero grosso di Stefania Maurizi

Il programma della nuova rivoluzione è semplice: "Li fottiamo tutti: renderemo il mondo trasparente, lo cambieremo". Anarchia in chiave cibernetica, proclamata nel 2007 da Julian Assange e dai suoi pirati in una mail interna del gruppo. Allora nessuno poteva immaginare quanta potenza si stesse già accumulando nei suoi computer: "Abbiamo (documenti) su una mezza dozzina di ministeri stranieri, su decine di partiti politici e consolati, sulla Banca Mondiale, sulle sezioni delle Nazioni Unite ... Non siamo riusciti ancora a leggere neppure un decimo dei file che abbiamo. Abbiamo smesso di immagazzinarli quando siamo arrivati a un terabyte (mille miliardi di byte, ndr.)". Per tre anni quel forziere di informazioni si è ingigantito mese dopo mese, affidato a una squadra di sostenitori che ha custodito il tesoro proteggendolo dalle incursioni del governo americano e dei colossi privati: una rete di persone senza nome e senza volto che raccolgono i dati e sono il vero motore di Wikileaks. Il capo è lui, Assange, a cui tutti sono devoti. Anche se come in tutte le storie di pirati, anche in questo equipaggio serpeggiano rancori e invidie. Che fino ad ora non sono riusciti a rendere meno agguerriti gli abbordaggi.

Loro colpiscono e spariscono. Hanno adattato alla Rete i classici della guerriglia, mescolando la lezione di Sun Tsu a quella di Che Guevara. Trasformano la forza del nemico nella loro: sfruttano la potenza delle banche dati centrali che garantiscono il controllo planetario e se ne impadroniscono per mettere in crisi quello stesso sistema di potere. Poi dopo ogni imboscata, con ondate di documenti lanciati in tutto il mondo, la banda si disperde tornando a essere invisibile. Hanno studiato una chat protetta da un sistema di cifratura che li unisce e li raduna, per comunicare senza rischi.

L'unico punto debole sono i contatti con l'esterno, le relazioni con il pool di giornali che garantisce la diffusione mondiale delle notizie. Questa falla viene colmata con metodi tradizionali: telefonate fatte di monosillabi con il divieto di pronunciare nomi; schede dei cellulari che cambiano in continuazione, con prefissi di nazioni esotiche; inseguimenti in stile spy story attraverso l'Europa. L'ultima volta che "L'espresso" li ha incontrati, poche settimane prima che si aprisse la diga di rivelazioni sull'Iraq, ha dovuto accettare una trafila che sembrava uscita dal copione di Jason Bourne, l'agente creato da Robert Ludlum che combatte da solo contro i servizi segreti. Dopo avere atteso invano per ore, ormai convinti che tutto fosse saltato, Assange si è materializzato a notte fonda con una telefonata dalla hall dell'albergo: "Sono Julian, scendi".

Fuori c'è un tempo da lupi e lui sembra un fantasma: la pioggia gli ha impastato i capelli, dandogli un'aria terribilmente stanca. Avrà perso una decina di chili dal giugno scorso, quando nell'aula Anna Politkovskaja del Parlamento europeo difese pubblicamente la scelta di diffondere le immagini dei giornalisti iracheni uccisi da un elicottero americano: il primo scoop che li ha resi famosi. Appare distrutto ma appena si siede davanti a una tazza di tè bollente e attacca a parlare, torna a essere il visionario che punta a cambiare un mondo che non gli piace.

Non crede nei compromessi. La sua idea di libertà di informazione è un concetto totale, senza filtri né condizionamenti: "Ogni giorno gli archivi dei grandi giornali del mondo, come il "Guardian", vengono sventrati", ha raccontato nel suo intervento a Bruxelles, spiegando come gli articoli vengano cancellati anche dagli archivi dei quotidiani anglosassoni sotto varie pressioni. Non aggiunge altro, ma la sua visione è chiarissima: vuole pubblicare l'impubblicabile, sconfiggendo ogni forma di censura, legale e illegale. E lui e la sua banda sono riusciti a farlo, alzando sempre di più il tiro: hanno scardinato il database delle guerre americane in Iraq e Afghanistan, ora stanno mettendo a nudo il Dipartimento di Stato.

Del suo universo si sa pochissimo. Molti gli somigliano: conducono vite randagie, senza preoccuparsi dei soldi, mangiando e vestendo come capita. Qualcuno ha il look antagonista dello squatter, altri la trasandatezza dei nerds smanettoni, tutti condividono la stessa concezione libertaria di Internet. Spesso hanno capacità tecniche di altissimo livello, contese dalle aziende e che loro mettono invece a disposizione della causa, inventando software per proteggere Wikileaks.

Ci sono matematici, crittografi, hackers di grande talento, come lo stesso Assange, che a nemmeno vent'anni sguazzava nelle Reti del complesso militare-industriale statunitense, intrufolandosi nell'Us Air Force, nei sistemi della Lochkeed Martin in Texas, nel laboratorio nucleare Lawrence Livermore, nella Nasa, nel gigante dell'acciaio Alcoa e delle telecomunicazioni Bell. Ma i colpi più clamorosi non sembrano frutto di incursioni telematiche, quanto di donazioni: dvd, cd e chiavette colme di files consegnate a Wikileaks.

Impossibile fermare questo flusso che alimenta il carniere dei pirati: uno dei più grandi esperti di sicurezza informatica del mondo, Bruce Schneier, spiega a "L'espresso": "Ogni giorno sulle reti del Pentagono lavorano milioni di persone, che hanno accesso legittimo alle informazioni riservate e il Pentagono, per andare avanti, si deve per forza fidare di loro. Fino a quando ci saranno segreti e persone che hanno accesso legittimo ad essi, ci saranno fughe che arriveranno a Wikileaks". I numeri confermano il teorema di Schneier: secondo il "New York Times" sono più di 1.200 le agenzie governative americane che lavorano a programmi di intelligence e di sicurezza nazionale, 1.900 quelle private e 854 mila le persone che hanno accesso a notizie top secret.

Ma perché queste talpe corrono rischi altissimi per collaborare con Assange? Kristinn Hraffnson, il portavoce di Wikileaks è chiaro: "Mi piace credere che dentro queste organizzazioni ci siano comunque persone perbene, che sono disilluse e che ritengono che l'unica cosa giusta sia far uscire fuori la verità e farla arrivare all'unica entità che è legittimata a conoscerla: l'opinione pubblica". E loro, prosegue, sono riusciti sempre a proteggere i trafugatori: "A oggi, Wikileaks non ha perso una sola fonte". Il soldato americano arrestato in Kuwait sarebbe stato tradito dalla sua ingenuità, confidando in una chat di avere trafugato files segreti: anche in quel caso, le mura di Wikileaks non hanno avuto crepe.

Kristinn è l'unico altro nome noto dell'organizzazione, il resto della schiera resta top secret. Reporter islandese, fisico vichingo, memoria infallibile, è andato sul campo in Iraq per verificare il video dell'elicottero killer. Da due mesi ha preso il posto di Daniel Schmitt, cognome falso per tutelare la vera identità del tedesco Daniel Domscheit-Berg che aveva affiancato il fondatore per tutta la prima parte del cammino. Poi a settembre il divorzio, il primo in un gruppo monolitico.

Il giovane tedesco ha detto a "Der Spiegel" di essersene andato in contrasto con Assange e di non essere l'unico "scissionista": "Si comporta come un padre-padrone". Assange invece ha spiegato che nel gruppo c'erano riserve su Daniel, soprattutto dopo la pubblicazione su un altro sito pirata, Cryptome, di informazioni anonime e infamanti provenienti dall'interno di Wikileaks. Tra i fedelissimi è stato questo divorzio a creare turbolenze maggiori, mentre l'accusa svedese di stupro è stata accolta con amarezza per il comportamento oscillante delle autorità di Stoccolma.

Assange è stato informato del mandato di arresto proprio durante l'incontro con "L'espresso": il suo avvocato lo ha contattato su uno dei cinque cellulari che attacca, stacca e manipola continuamente. "Vogliono interrogarmi? Sono stato sei settimane in Svezia, potevano sentirmi quando volevano, perché non l'hanno fatto?". Assange vive sapendo di essere un bersaglio, ma vuole battere gli avversari in velocità: più lo criticano, più la sua banda accumula informazioni scottanti. E presto, annuncia, si passerà dai segreti dei governi a quelli delle grandi banche.

Stefania Maurizi - L'espresso - 03 dicembre 2010

L'Irlanda (e gli altri) si salva solo se copia l'Islanda. Il debito è il malato da curare

L'Irlanda (e gli altri) si salva solo se copia l'Islanda. Il debito è il malato da curare di Paul Krugman

Il piano di salvataggio dell'Irlanda non è palesemente riuscito nell'intento di rassicurare i mercati: gli investitori sono ancora preoccupati e per Dublino diventa sempre più oneroso ottenere soldi in prestito. Viene da sospettare che i funzionari di Bruxelles coinvolti nel piano di salvataggio non siano all'altezza del loro compito. Quando si tratta di risolvere i problemi di liquidità sono bravissimi, ma sembra che non riescano proprio a capire che le difficoltà finanziarie dell'Irlanda non sono qualcosa che si possa risolvere semplicemente guadagnando tempo a suon di miliardi di euro.

È come se tra i funzionari di Bruxelles e le autorità irlandesi si svolgesse un dialogo di questo tenore:
- Guardate che l'Irlanda non può permettersi di pagare questi debiti.
- Ecco una linea di credito!
- No, sul serio, non possiamo proprio permetterci di pagare.
- Ecco una linea di credito!

È come guardare un incidente d'auto. A mio parere, le autorità del Vecchio continente vedono ancora (ancora!) questa crisi come un problema di fiducia, mentre è un problema più profondo, che nasce dalla struttura di base dell'economia irlandese. Il salvataggio dell'Irlanda, che costerà circa 84 miliardi di euro, non è un vero e proprio salvataggio, è semplicemente un accordo per prestare soldi a Dublino più o meno ai tassi di mercato dei titoli sicuri.

Non è un regalo di poco conto considerando che senza questi fondi l'Irlanda si troverebbe davvero nei guai e sarebbe costretta a pagare interessi altissimi per poter ottenere prestiti sul mercato privato. Ma se si pensa alle ragioni di tutto questo si capisce anche perché il salvataggio è probabilmente destinato a fallire. Di fronte ai costi del salvataggio delle banche irlandesi e ai danni che le pesanti misure di austerity stanno infliggendo all'economia del paese, gli investitori sono comprensibilmente scettici riguardo alla possibilità che il governo irlandese riesca effettivamente a onorare i suoi impegni e rifondere il debito. Ecco perché i tassi d'interesse sono alti: per compensare un possibile default.

È un circolo vizioso: gli interessi più alti rendono ancora più difficile per l'Irlanda onorare i suoi impegni, e questo fa alzare ulteriormente gli interessi e così via. Il piano di salvataggio europeo in sostanza punta a spezzare questo circolo vizioso. Ma il salvataggio funziona solo se il circolo vizioso è il problema, non il sintomo. Vale a dire che funziona solo se l'Irlanda è un'economia solida nei suoi fondamentali, vittima di un panico che si autoalimenta. E questa è una tesi difficile da sostenere.

Chi voglia cercare un'alternativa alla strada scelta da Dublino (garantire tutto il debito, applicare misure di austerity radicali per pagare queste garanzie e naturalmente rimanere nell'euro) può guardare all'approccio eterodosso abbracciato dall'Islanda: ristrutturare una gran parte del debito, usare i controlli di capitale e incoraggiare la svalutazione. E ultimamente l'Islanda sta dimostrando una certa resistenza. Ma se non è un problema di fiducia e di liquidità, di cosa ha bisogno l'Irlanda (e la Grecia, e il Portogallo)? Un effettivo alleggerimento del debito. Ma è un tema che non è all'ordine del giorno.
L'Irlanda, come la Grecia, ora non è più costretta a rivolgersi al mercato per ottenere fondi, ma deve comunque fare i conti con un debito colossale (il debito lordo secondo le previsioni rimarrà al di sopra del 120% del Pil fino alla fine del 2011), forse ulteriormente aggravato da deflazione e stagnazione. La soluzione ai guai irlandesi semplicemente non è ancora stata trovata.

Traduzione di Fabio Galimberti)
Il Sole 24 Ore - 04 dicembre 2010
©2010 NYT DISTRIBUITO DA NYT SYNDICATE

Gli arditi del premier

di MASSIMO GIANNINI

MANCAVA ancora qualcosa, al processo di decomposizione del berlusconismo. L'irridente "me ne frego", che gli arditi del Pdl sbattono in faccia alle regole, alle istituzioni, alla Costituzione. Ebbene, grazie a Denis Verdini, pluri-inquisito coordinatore del Popolo della Libertà, è arrivato anche questo.

"Ce ne freghiamo", annuncia il plenipotenziario berlusconiano. Se ne fregano delle prerogative del Presidente della Repubblica, al quale la Carta del '48 assegna compiti precisi nella gestione della crisi di governo. Le conoscono, queste prerogative. I falangisti del Cavaliere sanno che la nostra, ancorché malridotta, è ancora una Repubblica parlamentare, dove le maggioranze nascono, muoiono e si modificano in Parlamento. Sanno che i parlamentari non hanno vincolo di mandato. Sanno che in presenza di una crisi di governo il capo dello Stato ha il dovere di verificare se esiste un'altra maggioranza. Sanno che in caso affermativo ha il dovere di affidare l'incarico di formare un nuovo governo a chi la rappresenta.

Sanno tutto questo. Ma appunto: se ne fregano. Perché per loro, come si conviene a un populismo tecnicamente totalitario, la "ragion politica" prevale sempre e comunque sulla ragion di Stato. Il leader incoronato dalla gente è sempre e comunque sovraordinato alle norme codificate dal diritto. Questo, fatti alla mano, è dal 1994 il dna politico-culturale del berlusconismo. E così, al grido di "no al ribaltone", le truppe del Cavaliere sono pronte a marciare
sul Colle, sfidando Giorgio Napolitano e stuprando la Costituzione, di cui il presidente della Repubblica è il supremo custode.

Questo è dunque lo spirito con il quale un premier in confusione e una maggioranza in liquidazione si accingono ad affrontare le due settimane di vita che ancora restano al governo, prima del voto del 14 dicembre. Questo è il "grido di battaglia", con il quale il Pdl si prepara a combattere la guerra che comincerà il giorno dopo quella drammatica ordalia. Sapevamo, a nostra volta, che l'ultimo atto della commedia umana e politica di Berlusconi sarebbe stato pericoloso e destabilizzante. Ma non immaginavamo che al vasto campionario di violenze verbali e di macellerie costituzionali ora si aggiungesse anche il "me ne frego".

Restano una certezza e una speranza. La certezza è che la massima istituzione del Paese, il Quirinale, è affidata alle mani salde e sagge di un uomo che saprà esattamente cosa fare, per il bene dell'Italia e degli italiani. La speranza è che alla fine anche la parabola del berlusconismo, più che in tragedia, degeneri in farsa. E che per i suoi fedelissimi, come ai tempi di Maccari e Flaiano, valga un altro slogan, assai meno impegnativo: o Roma, o Orte.

Massimo Giannini - la Repubblica - 04 dicembre 2010

I tubi del gasdotto russo in vantaggio su quelli europei

Dalle pianure macedoni, invase dai profughi albanesi del Kosovo, la voce cavernosa del generale britannico Mike Jackson indica già nel '99 un obiettivo strategico della guerra. «Siamo qui anche per difendere i corridoi dell'energia che attraversano i Balcani e raggiungono l'Europa», proclamò prima di entrare in una tenda per firmare il cessate il fuoco con i serbi. Ed è proprio in Serbia che si poseranno i primi tubi del South Stream, il gasdotto russo della Gazprom in joint-venture con l'Eni e la Turchia dove insieme ai francesi della Edf stanno per entrare anche i tedeschi: sarà pronto nel 2015.

Il South Stream sta vincendo il derby del gas con il concorrente Nabucco, sostenuto dagli americani e in parte dall'Unione europea. La compagnia Serbijagas, legata a filo doppio con la Gazprom, è pronta ad avviare i cantieri del tratto onshore del South Stream già nel 2012. Questo consente un grosso vantaggio sul Nabucco, che aggira la Russia, puntando direttamente sui giacimenti del Caspio e dell'Asia centrale fino all'Austria, facilitando l'affrancamento da Mosca. Una logica opposta al South Stream che dovrebbe garantire invece le forniture russe bypassando Ucraina e Bielorussia, avviluppate da anni in estenuanti contenziosi con Mosca. La pipeline scorre per 900 chilometri nelle acque turche del Mar Nero fino al porto bulgaro di Varna, per poi diramarsi in tutta Europa.

Il derby del gas è una delle partite più importanti per l'Eurasia, il continente emerso dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine dell'Urss: coinvolge direttamente la Russia, l'Europa e l'influenza degli Stati Uniti in un'area che comprende la Nato, il Medio Oriente e l'Asia centrale.

Per questo è così articolato il rapporto reso noto da WikiLeaks dell'ex ambasciatore Usa a Roma, Ronald Spogli, sulle relazioni Italia-Russia: sullo sfondo ci sono grandi interessi economici ma anche gli schieramenti nei conflitti dell'ultimo decennio, dai Balcani all'Iraq, fino all'Afghanistan. E forse anche di quelli che verranno, perché nella partita del gas l'Iran, secondo paese al mondo per riserve dopo Mosca, rimane per il momento ai margini dei grandi progetti, frenato dalle sanzioni per il nucleare.

L'evoluzione dei rapporti degli americani con Mosca e con Teheran sarà quindi fondamentale per capire il futuro dell'Eurasia, anche sotto il profilo energetico. Tanto più che Washington vede sfumare la centralità del Nabucco: alcuni dei fornitori come il Turkmenistan sembrano intenzionati a rientrare nell'orbita di Mosca per esportare a Oriente, verso l'India o la Cina.



Non c'è dubbio che nel progetto South Stream il ruolo decisivo è stato svolto dai rapporti personali tra Putin e Berlusconi, con il coinvolgimento della Turchia di Erdogan, l'altro alleato Usa che ha cambiato di 180 gradi la politica estera con una forte proiezione a Est e in Medio Oriente. Quella del presidente del consiglio è una diplomazia privata, degli "amici" e degli affari - a volte non trasparenti, come sostiene il rapporto di Spogli - degli incontri riservati, sotto una tenda con Gheddafi o in un dacia di Putin, non quella dei "comuni" leader mondiali. È singolare però che in Italia sia stato quotidianamente tallonato per i suoi guai con giudici ed escort ma pochissimo interpellato sulle scelte strategiche.

Ma ci sono delle ragioni storiche e attuali: la politica energetica dell'Eni, sin dai tempi di Mattei, è stata quella dell'Italia, coinvolgendo per adesione convinta o per interesse gran parte delle formazioni politiche, che ne hanno tratto dei vantaggi. Gli stessi americani, poi, hanno lasciato fare. In un vertice sull'Afghanistan a Villa Madama del 20 ottobre, dove il generale Petraeus si diffondeva in grandi lodi sui soldati italiani, è stato chiesto a un alto funzionario della Farnesina, non ancora salito agli onori di WikiLeaks, se gli americani fossero nervosi per i rapporti di Berlusconi con Putin e Gheddafi: «Certo che lo sono: ma essere in Afghanistan a rischiare la pelle e a morire ci permette di avere queste relazioni con Mosca e la Libia».

Il generale Jackson aveva già spiegato alcune cose un decennio fa ma forse non poteva prevedere il resto. Il comandante della Nato Wesley Clark gli chiese allora di paracadutare una compagnia per sloggiare da Pristina i russi, arrivati con una colonna dalla Bosnia prima della Nato. La sua risposta rimase famosa: «Non ho nessuna intenzione di scatenare una terza guerra mondiale» e spedì a trattare il figlio Mark, anche lui ufficiale. I russi si dileguarono in silenzio per poi tornare oggi, nel cuore dell'Europa, non con i soldati ma con le pipeline.

Alberto Negri - Il Sole 24 Ore - 03 dicembre 2010

Expo Shanghai, affari e favori per i Signori degli appalti


Il padiglione italiano nel mirino del "Sistema Balducci". Dall'architetto all'impresa che ha costruito l'opera, i protagonisti dell'inchiesta G8 nel business da 15 milioni. Costi esorbitanti per l'allestimento, la gara per la ristorazione vinta dal cognato di Letta, oltre un milione speso per le hostess di CARLO BONINI e GIAMPAOLO VISETTI

La partecipazione all'Expo universale di Shanghai 2010 è costata, in denaro pubblico, tra i 40 e i 60 milioni di euro. E di questi, tra i 12 e i 15 (manca ancora un bilancio pubblico ufficiale), sono stati spesi per la costruzione del nostro Padiglione, un prisma in "cemento trasparente" alto 18 metri a copertura di un'area di 3 mila e 600 metri quadri. "Un successo di visitatori e di critica", si sono compiaciuti i responsabili della manifestazione. Il "migliore biglietto da visita per Milano 2015".

È così? Oggi, a un mese dalla chiusura dell'Expo, il nostro Padiglione è pronto per essere donato alla municipalità di Shanghai, che ha intenzione di trasformarlo in un centro commerciale. A differenza degli altri 144 padiglioni, il "prisma" non può essere infatti smantellato e diventerà una "vetrina del made in Italy". Anche perché paiono evaporati gli annunciati "ventitré privati" che avrebbero dovuto animare un'asta per il suo acquisto. C'è di più: documenti riservati e testimonianze raccolti da "Repubblica" tra l'Italia e la Cina, svelano ora che qualcosa di questa nostra avventura non è andata per il verso giusto. Cosa?

LE IMPRONTE DEL "SISTEMA"
La nostra missione in Cina ha un timoniere: Beniamino Quintieri, economista di origini calabresi, docente universitario, Cavaliere di Gran Croce della Repubblica, già presidente dell'Ice dal 2001 al 2005, con il primo governo Berlusconi. Le chiavi dell'Expo di Shanghai, organizzazione e cassa, gli vengono consegnate nell'agosto 2007 dal governo Prodi, con la nomina a Commissario straordinario. Ma è nel 2008 che il suo lavoro, con il nuovo governo Berlusconi, entra nel vivo. Ed è nel 2008 che a incrociare il sentiero dell'Expo troviamo i nomi di due professionisti che le inchieste delle Procure di Firenze e Perugia sui Grandi Appalti annotano nel cosiddetto "Sistema Balducci". Uno spazio "gelatinoso" che, a Roma, fa perno nella struttura di Palazzo Chigi che governa gli appalti dei Grandi Eventi e che tiene insieme professionisti, funzionari pubblici, gestori dei centri di spesa.

Tra 65 proposte presentate, a vincere il concorso di idee per la progettazione del Padiglione italiano a Shanghai è Giampaolo Imbrighi. L'architetto, come documentano gli atti dell'inchiesta sui Grandi Appalti, ha un solido legame con l'ex presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici Angelo Balducci (arrestato in febbraio per corruzione) ed è stato responsabile del progetto della piscina di Valco San Paolo per i Mondiali di Nuoto di Roma del 2008 (opera mai inaugurata e a tutt'oggi sotto sequestro). Di più: il suo nome è nella lista dei beneficiati dal costruttore Diego Anemone e la sua firma compare nella perizia tecnica che, a Firenze, riconosce alla Btp di Riccardo Fusi, costruttore nella tasca di Denis Verdini (e come lui indagato per corruzione), 34 milioni di euro di indennizzo per l'esclusione dall'appalto della scuola dei Marescialli. Per Shanghai viene nominata responsabile tecnico del progetto un architetto di 26 anni, Valentina Romano, figlia del capo del Cerimoniale del Quirinale. Per altro, non la sola con un cognome importante. Alla comunicazione e agli eventi nel Padiglione, lavora Maria Quintieri, figlia del Commissario straordinario. All'ufficio stampa, Francesco Paravati, genero dell'ex presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero.

Sul mar della Cina, l'architetto Imbrighi non è la sola ricorrenza del "Sistema Grandi Eventi". Come documentato dagli atti ufficiali, nella "commissione giudicatrice" che, nel dicembre 2008, sceglie l'impresa di costruzioni che realizzerà il padiglione, siede Raniero Fabrizi, ingegnere, direttore generale presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, coordinatore della Struttura di Missione per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Una "voce" più volte intercettata dal Ros nei conversari di Fabio De Santis (ex provveditore alle opere pubbliche della Toscana, arrestato per corruzione). L'ingegner Fabrizi e la sua commissione aggiudicano, per poco meno di 8 milioni di euro, la commessa per la realizzazione del progetto di Imbrighi all'impresa cinese "Jiangsu Nantong n.3 Construction", che, tuttavia, nel giro di pochi mesi si rivela incapace di realizzare l'opera. Al punto che nella primavera del 2009 il suo contratto viene rescisso (la "Jiangsu" tratterà circa mezzo milione di euro a titolo di avanzamento lavori). In quell'aggiudicazione, qualcosa non funziona. La "Jiangsu" ha prevalso su imprese almeno sulla carta più titolate. Soprattutto, sul colosso "Guandong Group", classificato secondo.
In un carteggio via mail in possesso di "Repubblica", riferendosi alla gara per la costruzione del padiglione, Simone Riva, managing director della società milanese "Eurostands spa", per l'occasione partner "ombra" della "Guandong Group", parla di "farsa all'italiana". Di "irregolarità" che la Commissione giudicatrice ha "vergognosamente" sanato. L'interlocutore cui Riva confida "il proprio schifo", si congratula. "Minchia che culo!!!! - scrive - Ti è capitato un ricorso facile facile. Porti a casa i soldi senza realizzare l'opera. Mito!!!!!". La "Eurostands" non costruirà ma, ora, ha ottimi argomenti con cui battere cassa altrimenti.

L'INGANNO ALLE REGIONI
Alla improvvisa uscita di scena della "Jiangsu", il Commissario straordinario, nella primavera 2009, pone rimedio con un affidamento diretto. Logica e diritto imporrebbero che nella realizzazione del padiglione subentri la "Guandong", seconda in graduatoria. Ma non è così. Il cantiere è affidato alla "Greenland construction", altro colosso cinese delle costruzioni, terzo in graduatoria. "Guandong" e la sua partner italiana Eurostands dovrebbero procedere nel loro "ricorso facile facile". Ma non lo fanno. La società si assicura infatti, nell'autunno del 2009, la polpa dell'Expo: l'allestimento. Con un'offerta di 1 milione e 386 mila euro, vince la gara che le affida la realizzazione di negozio, ristorante, caffetteria, sala vip, uffici e auditorium. E che - si legge nel bando ufficiale - la "obbliga, qualora le venga richiesto, ad eseguire montaggio e smontaggio degli allestimenti degli eventi che verranno realizzati da partner istituzionali e/o privati". La clausola è cruciale nello svelare il meccanismo di "compensazione" che assicura il "risarcimento" alla Eurostands. A partire dal febbraio di quell'anno, come dimostra un documento sottoscritto dal comune di Milano, il Commissario ha infatti cominciato a sottoporre a Regioni e Comuni un "regolamento di partecipazione" all'Expo che individua nel vincitore di una gara ancora da aggiudicare (e che Eurostands vincerà) un "allestitore" non facoltativo, come pure vuole il bando, ma "unico e ufficiale". E a prezzi importanti, se si tiene conto del costo del lavoro in Cina. Dai 200 ai 300 mila euro (di cui 100 per il Commissariato), il prezzo più alto a metro quadro di tutti i padiglioni dell'Expo. Alla tariffa finiscono per sottostare 9 delle 12 Regioni e 2 dei 3 comuni espositori. Per un costo che supera i 3 milioni di euro. Denaro incassato dal Commissariato e quindi girato a Eurostands, al netto di eventuali "utili".

La mossa fa saltare l'accordo che vuole la Fiera di Milano partner strategico e imbarazza i nostri diplomatici che, riservatamente, se ne dissociano con preoccupate e-mail. Si prefigura infatti uno schema in cui il denaro dei contribuenti (quello delle Regioni) paga degli spazi già finanziati dallo Stato e gestiti da un ufficio, quello del Commissario, pagato sempre con fondi pubblici, ma che improvvisamente opera di fatto come intermediario di una società privata: Eurostands, appunto.
Ma la mossa, soprattutto, fa lievitare i costi per le Regioni che, in due casi, decidono di fare da sole. Una è la Toscana. Racconta Silvia Burzagli, vicedirettore di "Toscana Promozione": "A fine del gennaio scorso veniamo a sapere che non avevamo più l'allestitore che era Fiera Milano, ma che ci dovevamo relazionare con il Commissariato, il quale poi ci scrive che avevano un allestitore ufficiale, Eurostands. Ci arriva un preventivo. E i prezzi, sinceramente, sono troppo alti. 230mila euro per tutto l'allestimento, che però non è in linea con quello che vogliamo fare. Allora, guardo i prezzi da capitolato del nostro allestitore, che individuiamo ogni tre anni con gara europea. Il prezzo era di almeno 50 mila euro più basso".

L'UOMO DI BRUNETTA
La Fiera abbandona di fatto l'Expo (ne rimane semplice sponsor) ritirando dall'organizzazione il suo dirigente in Cina, Dario Rota, che, nel silenzio del Commissario, si dimette dall'incarico di direttore del Padiglione italiano nel febbraio 2010, a neppure due mesi dall'inaugurazione. Lo sostituisce un trentaquattrenne, di origini calabresi, Ernesto Miraglia. Ha vissuto fino a quel momento ad Hong Kong, dove è sbarcato con una gioielleria dei genitori della moglie (orafi di Torre del Greco). Di Expo universali e padiglioni, Miraglia non ha alcuna esperienza. Quintieri lo assume con un compenso di 70 mila euro, ma il contratto che lo lega al Commissariato non è né depositato in Italia, né denunciato al nostro Erario. Il Commissario lo stipula infatti con una società, la "Italian Luxury", che fa capo a Miraglia ed è registrata ad Hong Kong, piazza off-shore inserita nella black list dei paradisi fiscali.

Non è il solo strappo alla "forma". Accade che nel nostro Padiglione venga allestita la mostra temporanea "L'Italia degli Innovatori". È un progetto da 1 milione di euro che sta a cuore al ministro dell'Innovazione Renato Brunetta e di cui si occupa personalmente uno dei suoi consulenti, Antonio Cianci. Con qualche buona ragione, perché la società individuata dal Commissario come responsabile di quel progetto è la milanese "Key People", di cui Cianci è stato amministratore per sette anni. Costruzione del padiglione e allestimenti, dunque. Ma c'è una terza gara bandita dal Commissario. Quella della ristorazione. Chi la vincerà?

LA TAVOLA DEI SOLITI NOTI
Con poca sorpresa si impongono Stefano Russo, genero di Gianni Letta, e la famiglia Ottaviani cui appartiene la società di catering "Relais le Jardin". Il bando di appalto per la "ristorazione" nel Padiglione è scritto su misura per l'azienda che, da sempre, fa da asso pigliatutto nelle gare della Protezione Civile di Bertolaso. La "Relais", in Cina, non ha mai cucinato neppure un piatto di spaghetti. Ma c'è da liberarsi della concorrenza di "The Kitchen", storica catena della ristorazione italiana in Asia. E, appunto, ci pensano i requisiti fissati nel bando. Poco importa, poi, che la "Relais" per accendere i fornelli a Shanghai sia costretta ad acquistare le licenze per operare in Cina in fretta e furia dal ristorante "That's amore" dei fratelli Morano. Anche loro di origini calabresi.

Dettagli. Come la scelta a trattativa diretta dell'impresa di spedizioni che, a cose fatte, si "scopre" non avere le autorizzazioni per l'accesso diretto all'area dell'Expo. O quella dell'agenzia per il servizio di hostess. A costi da capogiro, la spunta "Nexxi", società italo-giapponese che in Cina non ha mai messo piede, ma creata ad hoc dal gruppo "Triumph" di Maria Criscuolo, madrina del figlio di Roberto Ottaviani. L'Ottaviani di "Relais le Jardin", con cui la Triumph divide normalmente la torta degli appalti per i Grandi Eventi. Per sei mesi, nel Paese dove le hostess hanno il costo orario di un caffè, la Triumph riesce a spuntare dal Commissario circa un milione e 200 mila euro.

la Repubblica - 03 dicembre 2010

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